Narrare per Immagini: Lucio Perrimezzi

25051007_pqesclusive-lucio-perrimezzi-3Nuovo appuntamento con la nostra  rubrica dedicata agli amanti della sceneggiatura e a tutti coloro che vogliono scoprire come nasce il loro media preferito. Alla fine della pagina troverete una gradita sorpresa.

Qual è stata la tua formazione? Hai frequentato scuole di sceneggiatura o scrittura? Cosa ne pensi delle tante esistenti?

Lucio Perrimezzi: Sono sostanzialmente un autodidatta. Ho sempre letto moltissimo, sin dalla tenera età, e con il passare del tempo mi sono concentrato sulle storie e sugli scrittori, studiando i vari stili e approcci. Poi dopo aver letto molto bisogna sicuramente scrivere in ugual modo, non fermarsi mai, cercare sempre nuovi stimoli per migliorarsi. Ci sono tantissime scuole, in questi ultimi anni in particolare ho notato che spuntano come i fughi. Non avendone mai frequentate non saprei dirti, immagino che alcune siano migliori di altre. La scuola comunque può rivelarsi molto utile, ti porta a confrontarti con gente con esperienza che può insegnarti il metodo, correggere i tuoi errori, seguirti nella crescita e farti capire come ci si confronta con il mondo dell’editoria.

Come ti approcci al foglio bianco? Rispetti le canoniche fasi del lavoro (idea, soggetto, trattamento, ecc.) e in che modo (orari e metodo)?

Lucio Perrimezzi: Sì, generalmente nello sviluppo della storia sono molto metodico e certosino. Parto da un soggetto breve, poi mi dedico ad una sinossi più estesa (che però non è come i Dieci Comandamenti, può essere soggetta anche a modifiche in corsa se è il caso), solo successivamente mi dedico allo studio dei personaggi e così via. Solo quando è tutto già delineato si può finalmente partire con la sceneggiatura.
A livello di orari, invece, sono un anarchico totale. Avendo un secondo lavoro devo gestire le due cose, per cui facile che mi trovi a scrivere in orari indicibili, nei week end e in generale in ogni momento libero possibile, con buona pace della mia vita privata e delle ore canonicamente destinate al sonno. L’unica cosa capace di darmi maggiore metodo e cadenza sono le scadenze, in quel caso divento un orologio. Beh, magari però non un orologio svizzero, forse sono più simile a quegli orologi patacca che dopo un po’ si incantano, con le lancette che ogni tot saltano un secondo.

$_35Quale è il tuo genere preferito da autore e da lettore? Quanto sono importanti le letture per chi vuole scrivere?

Lucio Perrimezzi: Sono un lettore curiosissimo e tendenzialmente onnivoro. a volte leggo delle cose anche solo per vedere cosa propongono i vari mercati, gli autori che seguo, gente che stimo e anche quelli che non amo particolarmente, perché in questo campo serve a poco avere pregiudizi – anzi, a volte titoli che di cui lì per lì non mi sarei aspettato granché si sono invece rivelati dei piccoli gioielli. Ovviamente poi, come tutti, ho delle preferenze: ci sono alcuni autori che compro a scatola chiusa mentre più in generale sono un grande lettore della produzione Vertigo, e i comic books ‘for mature readers’. Ad esempio, ultimamente la Image sta facendo delle cose davvero notevoli in questo senso.

Da dove vengono le idee?

Lucio Perrimezzi: Beh, se lo sapessi a quest’ora camperei di rendita! Le idee sono la materia prima di una storia effettivamente valida, ed è una materia prima assolutamente rara e capricciosa… Dovendo azzardare una risposta alla tua domanda dico che le idee sono un mix tra la tua esperienza personale e quella di lettore, shakerata da una buona dose di personalità e una spruzzata di incoscienza; servire freddo, dopo attente riflessioni, interventi e riletture.
Cosa ti sembra più difficile ritmo, inquadrature, dialoghi e cosa curi di più?
Credo che di tutto il lavoro di uno scrittore di fumetti l’unica cosa che arriva diretta al lettore senza che venga filtrata dall’intervento del disegnatore siano i testi, per cui quello è un aspetto a cui bisogna fare
particolarmente attenzione e sono una cosa che personalmente curo molto. Il ritmo di una storia invece è una questione di equilibri, di bilanciamento di informazioni da trasmettere al lettore, di gestione degli eventi eccetera: bisogna valutarla a priori e con attenzione, per evitare di annoiare il lettore o di ‘sovraccaricarlo’, di accumulare tempi morti e cose simili. Personalmente, ad esempio, odio quei fumetti che in 20 – 25 pagine non succede un cazzo. Che senso ha? Cosa spinge il lettore ad andare avanti? Sono convinto che la gestione del ritmo sia un fattore molto importante.
Sulle inquadrature invece sono sempre abbastanza aperto ad un confronto con il disegnatore, ovviamente a volte ho dei ‘punti fermi’, ma in linea di massima sono disposto al dialogo con chi lavora con me.

Quanto indichi al disegnatore? Che rapporto stabilisci? Fai lay-out o altro e quante reference invii?

downloadLucio Perrimezzi: Ho parzialmente risposto in parte poco fa. Sono abbastanza collaborativo, ovviamente dipende anche da quanto conosco il disegnatore con cui di volta in volta lavoro. Se è una persona con cui abbiamo avuto già dei (proficui) rapporti professionali, tendo ad essere molto più ‘rilassato’. Viceversa, se si tratta di qualcuno con cui lavoro per la prima volta (o che, ad esempio, mi viene assegnato dall’editore) allora tendo ad essere un po’ più maniaco del controllo. Non mando mai layout, in genere sono una cosa che faccio per me prima di stendere la sceneggiatura di una tavola, ma resta lì. Sulle references invece sono abbastanza prodigo, soprattutto se vedo che c’è un po’ di distanza tra quello che voglio e quello che il disegnatore realizza. Ovviamente tutto questo tenendo in considerazione che – come detto – resto sempre e comunque tendenzialmente aperto al dialogo e allo scambio di idee, non mi reputo un “nazista dello script” e sono dell’avviso che uno scambio di idee tra due persone che lavorano insieme non può fare che bene al prodotto finale.

Quali consigli daresti a chi vuole approcciarsi a questo lavoro? Come saggiare la bontà del proprio lavoro?

Lucio Perrimezzi: Innanzitutto consiglio un bel training mentale e attitudinale: prepararsi ad avere pazienza, determinazione, convinzione nei propri mezzi e all’incremento esponenziale delle gastriti. Tutto questo in realtà dovrebbe essere conseguenza di un solo sentimento, la passione per quello che si fa, solitamente è quello il veicolo che permette di superare tutti gli ostacoli, le delusioni, le aspettative vane. Ovviamente è necessario essere anche il più severo giudice di se stesso, e solo quando si sarà superato l’esame (il più duro…) con il proprio senso di autocritica si potrà infine far vedere il proprio lavoro ad operatori del settore.
Ma soprattutto bisogna lavorare. Tanto. Tantissimo. Se è vero che il lavoro nobilita, bisogna diventare un arciduca.

Prima di iniziare a scrivere quanto ti fai condizionare dal mercato, dagli umori della rete o del pubblico?

Lucio Perrimezzi: Zero. Non mi è mai importato cavalcare i trend del momento, scrivevo storie intimiste quando andavano per la maggiore i fumetti di “graphic journalism”, lavoro su roba dark e soprannaturale mentre vanno di moda gli zombie. Non succede nemmeno per caso, sono totalmente asincrono con i diktat del mercato. Ahimé.

Personaggio o intreccio, quale conta di più per te?images (1)

Lucio Perrimezzi: Tutte e due e nessuno dei due. Avere un personaggio ben delineato, accattivante e ‘tridimensionale’ riesce a favorire una storia avvincente, ma allo stesso tempo una storia avvincente a volte può fare a meno di un character trainante se tutti sono funzionali alla struttura della trama.
Non c’è una regola precisa, almeno non per me. Si tratta di equilibrio, struttura e gestione della storia.

Come è stato il primo approccio lavorativo al fumetto, hai fatto un colloquio di lavoro o altro?

Lucio Perrimezzi: In un certo senso. Sono stato in fiera, ad una Lucca Comics di ormai tanti anni fa, e ho presentato un mio progetto (senza disegnatore) agli editori. Uno di loro, la Tunué (nella persona di Massimiliano Clemente,
per la cronaca), si è rivelata interessata e ha voluto parlarmi. Da lì poi, con costanza e continuità, è avvenuto il resto. Ovvio che a quel punto devi giocartela al meglio. Resterò per sempre grato a Massimiliano Clemente e alla Tunué per avermi dato la possibilità di poter dimostrare quello che sapevo fare.

Errori da evitare per chi voglia intraprendere la professione?

Lucio Perrimezzi: Partire con il presupposto di essere già autori arrivati professionalmente senza non aver ancora pubblicato praticamente un cazzo. Ho visto gente che con un due albetti in croce si sentiva Tanino Liberatore. E’ giusto avere buone motivazioni, sono una delle molle che ti fanno andare avanti, ma i piedi devono essere ben piantati per terra. Questo vale ancor di più se sei un esordiente assoluto: ascolta tutti, analizza il mercato, valuta cosa è meglio proporre e a chi. Il mondo del fumetto è come la fila alla Posta: se ti distrai un attimo, altre cinque persone hanno preso il tuo posto.

Per te conta di più il come o il cosa racconti?

Lucio Perrimezzi: Probabilmente il come. Ci sono alcuni capolavori che hanno di base un’idea abbastanza banale ma che però sono raccontati in maniera tale da renderli unici nel loro genere. Inoltre a volte se si dà troppa importanza al ‘cosa racconti’ si rischia di diventare schiavi del proprio argomento, sentendosi in diritto di scriverlo come si vuole. A volte capita quando si raccontano storie di rilevanza politica o sociale: non ci si impegna molto a scegliere una narrazione accattivante, inconsciamente cullati dalla certezza che l’importanza imagesdell’argomento giustifichi tutto e, se poi fai notare questa cosa ai diretti interessati, magari ti danno anche dell’ignorante o dell’insensibile. E’ un sillogismo facile, l’ho visto fare mille volte.

Quali sono secondo te le qualità che ti hanno permesso di fare questo lavoro?

Lucio Perrimezzi: Non saprei, probabilmente non sono la persona più adatta a risponderti. Tuttavia, credo di averlo grosso modo fatto indirettamente quando mi hai chiesto di dare consigli a chi inizia a lavorare nel mondo del fumetto… Immagino che la passione, la volontà e la costanza siano caratteristiche che mi appartengono. Il resto non sta a me dirlo!

Se ti capita un momento di impasse come lo superi?

Lucio Perrimezzi: Fumo un toscano. Bevo un amaro (Unicum, possibilmente). Guardo wrestling. Faccio riavviare il cervello. Negli anni ho imparato che se quest’ultimo incrocia le braccia e non vuole saperne, non c’è verso di fargli cambiare idea. Ragion per cui è inutile sforzarsi e tanto vale rilassarsi un po’. Dopo sicuramente sarà più ricettivo.

Come ci si presenta a un editore? Che consigli daresti?

Lucio Perrimezzi: Come ho detto prima, è fondamentale conoscere il mercato. E non intendo dire il fatturato di ogni singola realtà ma quando si parla con un editore è obbligatorio sapere che cosa pubblica, la sua linea editoriale, per verificare in primis se la stessa è consona al prodotto che tu vuoi presentare. Non puoi portare la tua storia di zombie spaziali carnivori a qualcuno che produce solo fiabe per bambini, per intenderci. Bisogna quindi avere le idee chiare sia sul tuo interlocutore, ma anche sul lavoro che stai proponendo, cosa vuoi dire, dove vuoi andare a parare, idee chiare insomma. E massima umiltà, come ho detto poc’anzi nessuno sente bisogno dell’ennesimo esordiente che però è un prodigio della nona arte e che finora purtroppo non è stato capito.

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Di Marco Ferrandino

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